Dall’irreale al Reale - La meditazione advaita

Chi vuole veramente cercare la serenità e la gioia di essere, deve ritrovare se stesso, afferrare la sua più profonda natura e ardentemente realizzarla. Tutto questo non implica abbandonare il mondo, rifiutare la vita, contrapporsi alla sfera delle cose periture, ma semplicemente comprendere ciò che si è, risolvendo ciò che non si è. (1)

La meditazione advaita consiste nella contemplazione della realtà (qualunque sia il grado di realtà che appare in quel momento) senza intervento alcuno; è la completa sospensione delle attività volitive cui consegue la sospensione delle attività mentali non più alimentate. Essa comporta un tipo di "attenzione interiore" calma, concentrata ed allo stesso tempo rilassata, che ci conduce alla comprensione dei vari livelli di noi stessi, che sono più profondi dei processi del pensare, dell'analizzare, del sognare ad occhi aperti o del fare esperienza delle emozioni e dei ricordi, per arrivare a liberare la nostra consapevolezza dall’identificazione con ciò che non siamo e riportare la coscienza a Quello che siamo veramente.

La meditazione è il tentativo deliberato di penetrare in stati più elevati di coscienza, per oltrepassarli, l'arte di spostare il fuoco dell'attenzione su livelli sempre più sottili, senza perdere la presa su quelli già sondati. È un po’ come tenere sotto controllo la morte. Al livello più basso esamini l'ambiente fisico, la posizione del corpo e il respiro, i sensi e le loro percezioni, la mente coi suoi pensieri e sentimenti, fino ad afferrare e a dominare l'intero meccanismo della personalità. Raggiungi lo stadio finale della meditazione, quando il senso di identità va oltre l'io-sono-questo, oltre l'io-sono-il-testimone, oltre l’io sono, oltre perfino l'esserci, fino a raggiungere il Puro Essere. (2)

E’ fondamentale non associare noi stessi a ciò che emerge nella mente, ma cercare di accettare, osservare e lasciare che i pensieri sorgano senza sopprimerli. Dobbiamo essere spettatori e non immedesimarci in ciò che la mente elabora e nella falsa percezione che crea, per rimanere in un vero stato cosciente. Se continuiamo a mantenere l’attenzione e la focalizzazione sul “non essere il protagonista” ma lo spettatore, rimane in noi solo una leggera credenza di ciò in cui ci identifichiamo, fino a che non cadremo dal “palcoscenico” e ci renderemo conto del ruolo che stavamo interpretando.

Ci siamo associati a cose impermanenti, ma non lo siamo.
Ci siamo convinti di essere questo corpo, inseriti nel tempo, ma non è vero.
Non siamo cosa appare sullo schermo della vita.
Dobbiamo osservare e distinguere cosa vediamo da ciò che realmente siamo.

Voi non siete il corpo, non siete la mente e non siete l'intelletto.
Dovete rendervi conto da dove essi hanno avuto origine.
Dobbiamo passare il nostro tempo nella costante contemplazione di Dio, in ogni momento ed in ogni luogo. Questa contemplazione deve diventare il vero respiro della nostra vita, naturale come l'inspirazione e l'espirazione.
La contemplazione costante si chiama "Soham Thattva" (Principio del SO-HAM) ed è l'unica vera pratica spirituale.
Da dove deriva questo "Soham" (io sono Quello)?
 Esso è il prodotto dell'autoindagine: "Chi sono io (Koham)?"
"Soham" è il risultato di questa autoindagine.(3)

Per poter fare tutto ciò è importante imparare ad esercitare il distacco, a lasciare l’identificazione e abbandonare l’idea e il coinvolgimento con il personaggio che crediamo di essere: colui che sta meditando, o colui che oggi è triste, o che è pieno di gioia e quindi, a seconda del modificarsi delle sensazioni che stiamo provando, consideriamo e giudichiamo il nostro personaggio o la nostra persona.
In realtà questo è un gioco, un gioco che accade nella nostra coscienza, ma che non ha niente a che vedere con ciò che veramente siamo e questa consapevolezza mista “Io sono questo…quello” è ciò che contamina la Pura Consapevolezza Originaria ed è la causa fondamentale dell’ignoranza e della sofferenza umana.

Quando non chiedi niente né al mondo né a Dio, quando non vuoi nulla, non cerchi nulla, non attendi nulla, allora lo Stato Supremo verrà da te inaspettatamente, senza che tu l’abbia invitato! Il desiderio di verità è il migliore fra tutti, ma è pur sempre un desiderio. Tutti i desideri devono essere abbandonati perché la Realtà affiori. (4)
Ed allora l’uomo sa, non più per autorità ma per scienza propria, di essere qualche cosa di più della mente che egli aveva conosciuto come intelletto; sa che la sua coscienza è più grande della coscienza passeggera della mente; di conseguenza gli diventa possibile cominciare ad identificare se stesso con la coscienza superiore e ad afferrare, sia pur di sfuggita, un barlume della maestà del Sé. Poiché ricordate come vi sia sempre insegnato dalle grandi Sacre Scritture che voi siete il superiore e non l’inferiore. (5)

Insegnante Yoga e Formatrice
Carla Gabbani

(1) Raphael, prefazione al testo di Shankara “Aparoksanubhuti” Ed. Ashram Vidya

(2) Nisargadatta Maharaj, “I am That” da www.advaita.com

(3) Sathya Sai, Discorso 23/7/2002

(4) Nisargadatta Maharaj,“I am That” da www.advaita.com

(5) Annie Besant, Il Sentiero del discepolo da www.istitutocintamani.org

Carla Gabbani

Educatrice

Sito web: www.saivivere.it
itenfrdeptrues