Essere e Verità
Mi stupisco sempre un poco, quando qualcuno mostra di non credere a quel che dico. Perché mi pare sempre un po’ strano che si ritenga così facile il mentire.
Se osserviamo la nostra vita quotidiana, notiamo che il dire il falso è considerato un’azione praticamente normale, senza alcuna importanza.
Ancor più nei luoghi di lavoro, anche ai livelli istituzionali più alti, la maggior parte degli individui, spesso e volentieri, propone con estrema naturalezza, senza alcuna ombra di vergogna o di imbarazzo, di mettere qualcosa di falso in una relazione, in un riferimento, in un’analisi.
Un iniziato (1) sa che le cose stanno in modo assai diverso.
L’Essere è la Verità, intuì Parmenide. La Verità, per qualità simmetrica, è “ciò che è”, ciò che il mondo, il cosmo, unito al Principio da cui deriva, è realmente.
Attenzione. Chi mente inventa un universo nuovo, diverso e opposto a quello inventato da Dio. Al modo stesso in cui basta una sola goccia di aceto perché una grande quantità di latte non sia più latte, basta cambiare un solo elemento del Creato, perché il Creato divenga un’altra cosa.
Creare un universo falso significa mettersi contro quello vero; e per proprietà simmetrica, significa che l’universo vero si mette contro di noi. Nel momento in cui ci mettiamo fuori della Verità escludiamo dai piani dell’Essere la nostra vita, ci sospendiamo nel caso e nel caos; ciò che ci accade smette di avere un senso costruttivo; sospendiamo la nostra crescita.
“Io sono la Verità”, disse il Cristo, intendendo dire “io sono ciò che l’Uomo realmente è, io esprimo ciò che l’Uomo dovrebbe esprimere” (“figlio dell’uomo” è infatti l’autodefinizione che il Cristo preferiva).
Ora, la parola del Cristo esprimeva a tal punto la verità, ossia l’Essere reale, che ciò che egli diceva si avverava. Così, se diceva a un cadavere “alzati e cammina”, quegli risorgeva.
L’uomo che mente si allontana sempre più da questa realtà cristica. È questo il motivo per cui certi antichi brahmini indiani accettavano la morte pur di non mentire (i gesuiti che visitarono l’India nel ‘700, lo raccontavano ammirati e stupiti). (2)
Non solo: mentire danneggia il mondo intero senza che noi ce ne accorgiamo.
Facciamo un esempio concreto: in alcune scuole occidentali di oggidì è diventato assai di moda mentire per eccesso sui risultati degli alunni dando voti esorbitanti ad allievi appena discreti.
Alcuni credono persino che questa sia una buona azione, una specie di esercizio di carità. Mi viene in mente una sentenza di Sathya Sai che recita: “Non c’è carità superiore alla Verità”. (3) E infatti vediamo quel che accade: dalle nostre scuole escono alcuni ragazzi diplomati che, in realtà, sono veramente capaci di svolgere soltanto lavori manuali (ruolo peraltro utilissimo alla società).
Per giunta, forzare i dati del vero, o stravolgerli addirittura, è una presunzione blasfema: significa voler correggere ciò che l’Essere, Dio prevedono di fare.
A volte si sente dire dai professori: “Alziamo i voti di quest’alunno perché altrimenti non potrà entrare all ’Università di Oxford”. Ma chi ci dice che entrare ad Oxford sia il suo vero bene? Chi ci dice che non gli serva proprio il fallire quel desiderio per crescere più rapidamente? Chi ci dice, per usare una metafora, che quell’ avanzamento forzato non lo porti di fronte ad una porta che non era la sua, facendogli perdere la possibilità di aprire quella, più arretrata, che egli doveva aprire per realizzare la sua migliore evoluzione?
Inoltre, contrastare la verità complica sempre la vita: se si dicesse semplicemente ciò che è vero, tutti i giudizi sarebbero rapidi e facili; la volontà di “correggere “i dati del Vero prolunga i compiti e aumenta le difficoltà.
Evitare di mentire alla leggera e non mettersi in condizione di dover mentire, è anche per questo raccomandato dai saggi.
Sergio Sammartino
Docente di Storia e Filosofia
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- Iniziato è colui che ha superato riti di passaggio e ha ottenuto l'accesso a conoscenze interiori e profonde, trasformando la propria coscienza per intraprendere un percorso spirituale verso la vera conoscenza, andando oltre le apparenze esterne e divenendo parte di una cerchia ristretta che detiene dottrine segrete, sperimentando una rinascita interiore e un'espansione della consapevolezza.
- Mentre i frammenti di ricerca non citano direttamente una singola figura specifica, il fenomeno è attestato nelle narrazioni missionarie dell'epoca, che lodavano la castità, la moderazione e soprattutto l'onestà di certi gruppi indiani, che dimostravano una coerenza morale che i Gesuiti consideravano ammirevole, anche se la loro fede era diversa. Uno dei più famosi testimoni di questa coerenza estrema fu il gesuita Roberto de Nobili (1577–1656), grande autore di testi filosofici in cui – molto precocemente – si tratta del profondo spiritualismo dei Brahmini.
- Cfr. Discorso del 16 febbraio 2007: ivi si ribadisce che tutto l'universo nasce dalla verità e che la rettitudine emerge da essa, concludendo che non esiste carità o dovere morale che superi la costante adesione al vero.