Un viaggio attraverso la Saggezza delle Upaniṣad
- Pubblicato in Spiritualità e Filosofia
Mandukya Upaniṣad
Come il suono Om vibra in ogni dimensione, così il Sé risplende in ogni stato dell’essere. E nel silenzio oltre i suoni, Egli solo dimora, indiviso, eterno.
Le persone tendono a cercare la propria felicità all’esterno, negli oggetti mondani, le Upaniṣad, testi sacri dell'Induismo che trattano temi filosofici e spirituali, dall’altro lato ci insegnano che essa non deve essere ricercata nelle cose del mondo, perché ogni cosa, incluse le relazioni, è fugace e ciò che è transitorio non potrà mai darci gioia o pace.
Le Upaniṣad non parlano alla mente analitica dell’individuo, ma il loro scopo è quello di volgere la coscienza dell’essere all’interno, così da trovare la Verità Ultima. Esse insegnano l'identità dell'Atman (Spirito individuale) con il Brahman (Spirito Universale) e il loro metodo investigativo è la sperimentazione/realizzazione che il soggetto fa su se stesso (non sugli oggetti esterni come farebbe uno scienziato) perché la Suprema Realtà dimora in noi.
L’uomo guarda all’esterno per trovare ciò che è dentro e non vede quello che già si trova in lui. (1)
La Mandukya Upaniṣad, composta da solo 12 versi ma densa di concetti profondi, è particolarmente significativa perché invita a una riflessione profonda sulla natura della Realtà, sulla Coscienza e sull'unione del sé individuale con l'Assoluto, offrendo una visione integrata dell'esperienza umana e dell'esistenza.
Questa Upaniṣad è il nucleo del Vedanta, la più profonda di tutte e la più importante, perché ha il pregio di bastare da sola a condurre l’uomo alla Salvezza…Essa insegna la filosofia essenziale, nei termini più concisi. Non si riferisce minimamente all'attività (karma) o ad argomenti affini e si occupa esclusivamente della scienza che riguarda la vera natura del Principio Atmico (Atmatattva). (2)
Il punto di partenza è un’affermazione tanto semplice quanto straordinaria:
Hari OM! OM è tutto questo. (Segue infatti) una chiara spiegazione: ciò che è passato, presente e futuro, è realmente OM. E anche ciò oltrepassa questa triplicità temporale, in verità è sempre OM. (3)
Per spiegare questa intuizione, il testo introduce una struttura in quattro “quarti” del Sé, che corrispondono ad altrettanti stati della coscienza: la veglia, il sogno, il sonno profondo e 'il Quarto', che è oltre e sottostante gli altri tre stati.
Lo stato di veglia è caratterizzato da un orientamento verso l’esterno: qui il soggetto si rapporta al mondo sensibile, identificandosi con il corpo fisico e con la realtà del mondo materiale. Corrisponde all’esperienza comune quotidiana, ma questo livello, che comunemente consideriamo “reale”, non è che una modalità della Coscienza, non il suo fondamento.
Il secondo stato è quello del sogno, in cui la Coscienza si volge all’interno e costruisce un mondo autonomo fatto di immagini, ricordi e simboli. La distinzione tra sogno e veglia, apparentemente netta, si attenua: entrambi sono mondi esperiti, entrambi dipendono dalla Coscienza che li illumina. Il sogno rivela così la capacità della mente di generare realtà senza il supporto dei sensi, insinuando il dubbio che anche la veglia possa avere una consistenza meno solida di quanto appaia.
Il terzo stato è il sonno profondo, privo di contenuti e differenziazioni. Qui non vi sono né oggetti né soggetti, né desideri né immagini. È uno stato di unità indistinta, in cui la dualità è sospesa. Tuttavia, questa unità è inconsapevole: non vi è consapevolezza di tale condizione e proprio per questo essa non può essere identificata con la Liberazione. Il sonno profondo rappresenta una forma di non-dualità ancora immersa nell’ignoranza.
"Il Quarto", chiamato Turīya, è lo sfondo, la base che trascende i tre stati comuni di coscienza. Esso non è uno stato nel senso ordinario, né una condizione psicologica tra le altre. Turīya è la Coscienza pura, priva di oggetto, non rivolta né all’interno né all’esterno. Non può essere descritto positivamente perché trascende l’intelletto e la mente, ma solo indicato per negazione: non è percepibile, non è pensabile, non è definibile, e tuttavia è ciò che rende possibile ogni esperienza. È il fondamento silenzioso su cui si dispiegano tutti gli stati precedenti.
Il suono sacro Om (AUM) funge da sintesi simbolica di questi stati. Le tre lettere — A, U, M — corrispondono rispettivamente alla veglia, al sogno e al sonno profondo. Il Silenzio che segue il suono rappresenta Turīya: non un vuoto negativo, ma la Pienezza originaria da cui tutto emerge e a cui tutto ritorna. Come il Silenzio sostiene e trascende il suono, così la Coscienza pura sostiene e trascende ogni esperienza.
L’Assoluto si identifica con il suono OM e le lettere in cui il suono si scompone, AUM, rappresentano questi tre stati e ciascuno ha un suo ruolo particolare nella sadhana. Meditando su A si ottiene la soddisfazione di tutti i desideri, sulla U si accresce la conoscenza e sulla M si raggiungerà la fusione totale con l’Assoluto. Le tre lettere procedono l’una dall’altra ed infine si fondono in una risonanza priva di lettere che sfuma nel silenzio. Questo silenzio è il simbolo della fusione dell’individuale nell’Universale, che si realizza dopo aver rimosso le limitazioni dei nomi e delle forme.
La consapevolezza di uno o più stati è una conoscenza incompleta che favorisce unicamente una verità parziale. Solo quando si realizza il quarto stato, si raggiunge la conoscenza della Realtà Assoluta. Lo sviluppo della consapevolezza può essere chiarito meglio attraverso un esempio: la visuale che si può avere dal pianterreno di un palazzo è simile allo stato di veglia; la più ampia prospettiva del secondo piano, rappresenta lo stato di sogno; la visione ancora più completa del terzo piano è quella dello stato di sonno profondo, ma la visione panoramica che si può godere solo salendo sul tetto, è il quarto stato, il Silenzio, Turiya. (4)
Nello sperimentare i vari Stati, l’identità personale, comunemente intesa come insieme di corpo, mente e stati psicologici, viene scomposta e analizzata. Ciò che noi siamo, in verità, non coincide con nessuna delle nostre esperienze, ma con “quello” che le rende possibili: la Coscienza stessa. Non siamo ciò che vediamo, né ciò che sogniamo, o che ignoriamo nel sonno profondo; siamo il Principio che illumina tutte queste condizioni.
Da questa prospettiva, La liberazione non è né una trasformazione, né un evento futuro, ma il riconoscimento di Ciò che è sempre stato presente non più velato dall’identificazione con i contenuti della Coscienza.
Carla Gabbani
Insegnante di yoga e formatrice
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- Katha Upanishad, 2.1.1
- Sathya Sai, Upaniṣad Vahini
- Mandukya Upaniṣad, I mantra
- Swami Rama, Mandukya Upaniṣad-Enlightenment without God