Scienza e Fede - Prima Parte
Credere che la prima cellula si sia formata a caso,
è come credere che un tornado infuriato,
in un deposito di sfasciacarrozze,
abbia messo insieme un Boeing funzionante!
-Fred Hoyle, fisico e astronomo
Di tanto in tanto, incontro ancora qualcuno che mi dice: “Mi fido della scienza, perciò sono materialista e ateo.” Rispondo: “Credi nella scienza del 1850!” Sì, perché nel corso del ‘900, la scienza ha superato il materialismo completamente, e – specie dopo Einstein – ha finito per confermare sempre di più certe intuizioni – anche antichissime – delle filosofie spiritualiste e religiose.
“Materialismo”, in senso corretto e compiuto, significa credere che la materia sia origine di se stessa. E questo non lo direbbe più alcuno scienziato. Già ai tempi lontani in cui chi scrive frequentava il liceo scientifico, eravamo in fase di “energetismo”. E l’autore del nostro manuale di filosofia, Giuseppe Martano, attribuiva all’idealismo spiritualista di Schelling una certa mirabile attitudine profetica, rispetto a quelle posizioni scientifiche. (1)
Attualmente la maniera più esatta di definire la materia è: “Uno stato dell’energia”.
Non solo: si tratta di stato “transitorio”, “momentaneo” dell’energia. Qualcuno dirà: “Ma come! I nostri corpi possono durare cento anni! Altro che stato momentaneo!”. Ebbene, qui bisogna aprire la mente ad una concezione saggiamente relativa delle percezioni. A noi quei cento anni possono sembrare lunghi, ma se - per pura ipotesi - esistessero abitanti di altri mondi, i cui corpi fossero capaci di vivere 3000 anni dei nostri, ebbene, a loro, la vita dei nostri corpi sembrerebbe rapida come a noi quella delle farfalle; avrebbero la stessa impressione di successione veloce, simile a quella che coglie chi osserva le onde del mare, seduto sulla battigia. Ed anche ciò che ci sopravvive tanto lungamente (come le rocce e lo stesso pianeta), nel flusso continuo dell’Infinito può essere considerato “momentaneo”.
Quanto all’ateismo, bisognerebbe capire che cosa significa. Che cosa intende dire colui che dice “credo che Dio non ci sia”? Che cosa è “Dio”, secondo lui? Che cosa egli crede che non ci sia?
Bisogna capirsi: se il tipo in questione intende negare che esista un gigantesco vecchio con la barba bianca, circondato di esseri alati che soffiano in lunghe trombe (il Dio come lo mostravano i disegni del catechismo, insomma), ebbene possiamo facilmente essere d’accordo con lui. E la questione non è tanto sciocca quanto si crederebbe, visto che persino Juri Gagarin, il primo astronauta andato in orbita nella Storia, al suo ritorno se ne uscì dicendo: “Non ho trovato Dio, nel cielo”!
Di sicuro la scienza non è arrivata a dimostrare i dogmi della Fede Cristiana (o di altra religione); sicuramente la scienza non suffraga la Verginità di Maria, né la Resurrezione del Cristo, né la Transustanziazione nell’Eucarestia. Forse a questo la scienza non arriverà mai, e questi argomenti resteranno in eterno un puro esito di Fede (la quale a sua volta è un’esperienza e non un’idea astratta… ma su questo potremmo scrivere un articolo a parte…).
Ma se intendiamo affermare che esiste un’intelligenza diffusa in ogni singolo atomo dell’Universo, un’intelligenza capace di coordinare le parti del Tutto in un’armonia finalizzata all’equilibrio, ebbene questa è un’affermazione che molti scienziati, anche importantissimi, oggi sottoscriverebbero.
Chiariamo anzitutto il concetto d’intelligenza presente nel Cosmo.
Mi trovai anni fa a partecipare ad un convegno. Durante il pranzo discussi con un collega, che ridicolizzava le “aporie della scienza”. A un punto gli chiesi: “Ma, secondo te, c’è intelligenza nell’Universo?”. Rispose: “Non credo proprio!”. Ribattei: “E la tua intelligenza”? Non fa parte dell’Universo? Non è un suo contenuto? Non è un’espressione dell’Universo, esattamente come il pelo che posso osservare sul dorso della mia mano è - senza dubbio possibile – un’espressione del mio organismo?” Rimase stupito e tacito.
Che l’Universo sia intelligente almeno quanto l’Uomo non è un argomento da dibattere: è un’evidenza! Se con le sue energie l’Universo arriva ad esprimere l’intelligenza umana, ciò significa che quell’intelligenza è un suo attributo, è un aspetto dell’Universo. Sarebbe poi piuttosto facile dedurre che l’Universo contiene un’intelligenza ben più articolata della nostra, a cominciare dal fatto che il nostro stesso organismo svolge continuamente compiti di alto spessore che la nostra intelligenza di singoli non saprebbe svolgere. Le cellule del nostro fegato – ad esempio – compiono un lavoro raffinatissimo di selezione ed elaborazione delle sostanze, che noi stessi non potremmo affrontare. Fino a pochi anni fa, gli uomini neppure sapevano come funzionavano i loro organi, ma quel lavoro accuratissimo si svolgeva a loro insaputa. Certi moderni biologi chiamano questa capacità delle cellule “Know how” (lett. “Saper come”); in concreto significa “intelligenza”… se non fosse che immettere direttamente questo vocabolo nelle scienze dell’osservazione fa ancora paura. Ma – se è vero che la più approssimata definizione del concetto di “intelligenza” è “capacità di porre e di risolvere problemi” - ebbene quel “know how” si può definire intelligenza.
Parliamo anche degli animali, e prendiamo ad esempio il falco pellegrino (un esempio tra mille!): nelle sue zampe, collegato con gli artigli, c’è un sistema osteo-tendineo che presenta una sorta di struttura a gradi, simile a quella utilizzata per la gradazione d’inclinazione delle sedie a sdraio. Quel sistema gli permette di tenere salda la preda senza che serva uno sforzo continuo di contrazione dei muscoli. Il falco pellegrino non ha deciso da sé di procurarsi quel sistema; non sa neppure di averlo. Dunque – fuori di lui, intorno a lui e dentro il suo organismo - esiste una sorta di organo supervisore della Vita che protegge la sua vita e lavora per organizzare la sua sopravvivenza.
Torniamo all’intelligenza umana. Nel 1973 il fisico Brandon Carter (già anticipato da Robert Dicke nel 1957) (2) espose il nucleo del suo “principio antropico”. In sostanza, si trattava di questo: se l’Universo, ad un certo stadio della sua evoluzione, produce il “testimone cosciente” (ossia l’Uomo), ciò vuol dire che quella possibilità era presente già nelle origini dell’Universo stesso. Non fa una grinza: se vedo davanti a me un pero, è scientificamente certo e indubitabile che c’è stato un seme di pero che doveva contenere tutto il progetto di sviluppo dell’albero che ho davanti. Il che vuol dire, non solo che l’intelligenza umana è una funzione dell’Universo, ma che intelligenza e coscienza sono alla base dell’Universo stesso. (3)
Sempre parlando di fisica – e in specie di fisica quantistica – passiamo ad esaminare il concetto di “Campo Unificato”, già teorizzato da Einstein, e riesaminato negli ultimi cinquant’anni con risultati sempre più avvincenti.
Per spiegare il concetto fisico-quantistico di “campo” dovremmo scrivere un libro a parte … e sarebbe pure superfluo, visto il numero di testi scritti sul soggetto da eminenti scienziati. Diciamo – con consapevole rozzezza – che possiamo qui, per comodità di studio, definire i “campi” come aree di energia, o meglio “sorgenti di energia fluttuante”. Sino a pochi anni fa, si dava per certo che i “campi” da cui si origina la realtà che ci circonda fossero quattro: quello della forza di gravità, quello dell’interazione elettromagnetica, quello dell’interazione nucleare forte e quello dell’interazione nucleare debole.
Da questi quattro campi si origina tutto ciò che vediamo e tocchiamo, e tutto ciò che possiamo misurare.(4) Da Einstein in poi, la tendenza dei fisici più accreditati è stata quella di cercare le possibilità di una teoria della Grande Unificazione, e cioè della dimostrazione che i quattro campi della realtà misurabile siano in qualche modo sovrapponibili e quanto meno interdipendenti, al modo di attributi diversi di una fonte unica, la quale – a livelli per il momento non osservabili – sarebbe alla base dell’Universo attuale.
Da alcuni decenni, però, nel corso di questa ricerca, si stanno accumulando i rilevamenti di anomalie nei quattro campi già conosciuti e queste anomalie sono tali da far supporre l’esistenza di un quinto campo (detto anche “campo unificato”) che sarebbe all’origine degli altri quattro (5) Il bello è che andando alla ricerca di questo quinto campo si individuano aspetti della realtà che appaiono sempre più sottili, fino all’evanescenza: “…lo stato fondamentale dell’universo non ha né materia né gravitazione; deve perciò essere considerato un vuoto (…) . Il vuoto quantistico è sia la sorgente della materia sia il suo pozzo.” Ervin Laszlo parla di “memoria”, ma non della memoria degli esseri viventi, ma di una memoria insita nell’energia dell’Universo stesso: “Queste proprietà indicano che è molto probabile che il vincolo temporale in natura (ossia il processo di causa-effetto che è alla base dello sviluppo costante dell’intero universo) comporti, in una forma o nell’altra, un processo olografico (…). Il vincolo spaziale implica un campo e il vincolo temporale implica una memoria, molto probabilmente una memoria di tipo olografico.”(6)
Del resto, già molti anni fa, emerse l’ipotesi di un Universo simile ad una Grande Mente. La formulò il fisico e astronomo James Jeans già nel 1930: “Scopriamo che nell’Universo esiste un Potere di pianificazione e controllo che ha qualcosa in comune con il funzionamento della nostra mente”. (7)
Altri studiosi – in anni più recenti – arrivano a conclusioni più sicure: “… la sorgente dell’intera creazione fisica, con i suoi campi di energia e materia(…) Come ha commentato Niels Bohr ‘tutto ciò che chiamiamo reale è fatto di cose che non possono essere definite reali se reale equivale a cose fisiche o materiali’.”(8) In pratica, secondo Bohr la realtà unica, il grande “bacino” da cui si originano tutte le energie, che poi danno luogo a tutte le forme, è una realtà talmente sottile che non ha né massa né lunghezza d’onda. Il che vuol dire che sicuramente non è materia solida, ma addirittura non può essere neppure “energia”: si tratta di un puro nulla … da cui però il tutto ha origine. Qui ci potrebbe servire l’espressione anglosassone per definire il nulla: “nothing”, ossia no-thing, “nessuna cosa”, niente di solido, niente d’individuabile e di circoscrivibile, nulla che abbia un limite o una de-finizione possibile.
Sergio Sammartino
Docente di Storia e Filosofia
NOTE:
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