Le giuste parole

Cosa è necessario sapere per parlare in modo efficace e costruttivo con i nostri figli.

1^ Parte

Le parole che usiamo nel comunicare con i nostri figli sono molto importanti. L’arte del comunicare si può apprendere ed è importantissimo saperla utilizzare innanzitutto con loro. Questo lo possiamo e dobbiamo fare il più presto possibile, altrimenti, quando cominceranno a crescere e saranno adolescenti (età in cui il loro punto di riferimento sarà il gruppo dei pari e non più i genitori) sarà sempre più difficile recuperare con loro un rapporto soddisfacente, basato su una comunicazione efficace e rispettosa.

Naturalmente, tutto parte dall’amore che proviamo per i nostri ragazzi. Quando parliamo di amore, però, è bene precisare ciò che intendiamo. Ci sono tanti tipi di amore. C’è l’amore – attaccamento, che spesso alimenta aspettative da parte nostra nei loro confronti e, a volte, ci induce ad usare parole che possono condizionare, manipolare. Si tratta di un tipo di amore egoico, nel quale ci figuriamo il figlio come una propaggine di noi stessi in cui investiamo i nostri progetti (da noi, magari, non realizzati). In questi casi i nostri ragazzi si sentono spinti verso scelte che non sono le loro, e che possono diventare motivo di profonda insoddisfazione.

Amarli, invece, ci dovrebbe portare a rispettare la loro natura e aiutarli a sviluppare i talenti che sicuramente posseggono e che, non necessariamente, ricalcano ciò che noi siamo e desideriamo per loro.

Questo è il nostro obbligo nei confronti del bambino: dargli un raggio di luce, e seguire il nostro cammino.1

Detto questo possiamo esaminare alcune indicazioni da tenere ben presenti.

  1. È bene utilizzare un linguaggio positivo, piuttosto che negativo. Esempi del secondo sono frasi del tipo: “Non sai fare niente!”, “Come al solito, te ne freghi di tutto!”, “Su di te non si può contare”, ecc. Invece si può dire: “Puoi imparare!”, “Sviluppa le tue capacità”, “Sono certo che ce la puoi fare”, ecc. Frasi negative nuocciono all’autostima, non incoraggiano e creano le premesse per un’autosvalutazione dei ragazzi;
  2. Si parla, riguardo alla comunicazione, dei “messaggi-TU” e dei “messaggi-IO”. Quando parliamo con i nostri ragazzi, non temiamo di aprirci con loro e di dire cosa ci piace e cosa non ci piace. Dire: “Quando non metti a posto le tue cose, mi sento costretta a farlo io, e non mi piace”, è diverso dal dire “Quando non metti a posto le tue cose, mi obblighi a farlo io, e questo mi fa arrabbiare!”. Nei messaggi-io parliamo dei nostri bisogni e chiediamo comprensione e aiuto, nei messaggi-tu, accusiamo l’altro e lo facciamo sentire in colpa. Perciò, mentre nel primo caso si crea empatia, nel secondo caso si punta il dito, con le conseguenze che ognuno può immaginare.
  3. Spesso il rapporto con i nostri figli, soprattutto durante l’adolescenza, è basato su rimproveri e recriminazioni. A tal proposito, dovremmo chiederci sempre quale sia il fine dei nostri interventi. Se il nostro scopo è di farli crescere consapevoli e maturi, rispettosi e collaborativi, dovremmo usare toni fermi e pacati. Spesso, invece, ci facciamo prendere dalla reazione emotiva e scarichiamo le nostre frustrazioni e paure su di loro. È bene che facciamo un’attenta analisi al riguardo, poiché potremmo ferire profondamente la persona che abbiamo di fronte. Ricordiamoci che, anche se è nostro figlio, è un essere speciale, unico a cui dobbiamo tutto il rispetto che, giustamente, ci aspettiamo da lui nei nostri confronti.
    La lingua ha il potere eccezionale di fare del male e ferire, perciò dovete controllarla. Non fate soffrire nessuno con le parole; diffondete amore; siate pieni di amore.2
  4. Ascoltiamo attentamente ciò che ci dice nostro figlio, guardandolo negli occhi, così gli insegneremo ad ascoltare attentamente, a sua volta. Spesso le nostre comunicazioni sono frettolose e giungono a conclusioni affrettate. Invece, prendiamoci tutto il tempo necessario per dialogare serenamente con lui. Creiamo lo spazio e il momento giusti.
  5. Rendiamoci conto che i figli crescono e cambiano, maturano e possono arrivare a ragionare in modo diverso da noi. Ascoltiamoli e rispettiamoli.

    I vostri figli non sono vostri,
    Sono i figli e le figlie della forza che in se stessa ha la vita.
    Non vengono da voi, ma attraverso di voi.
    E benché vivano con voi, non vi appartengono.
    Potete dar loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri,
    poiché hanno pensieri propri.

    Potete offrire una casa ai loro corpi,
    ma non alle loro anime.
    Poiché abitano le case del domani,
    che non potrete visitare nemmeno in sogno.

    Potete sforzarvi di essere simili a loro,
    ma non cercare di renderli simili a voi.
    Perché la vita non torna indietro e non si ferma a ieri.

    Voi siete gli archi, frecce viventi, dai quali i vostri figli sono scoccati.
    L’Arciere vede il bersaglio sul percorso dell’infinito,
    e con la Sua forza vi piega affinché le Sue frecce vadano veloci e lontane.
    Lasciatevi piegare con gioia dalla mano dell’Arciere.
    Poiché così come ama la freccia che scocca, così Egli ama l’arco che sta saldo.3

  6. Spieghiamo quali sono le ragioni che ci inducono a negare un permesso o a chiedere un certo comportamento. Mentre quando sono piccoli è necessario stabilire poche regole chiare e ferme per la salvaguardia della loro e nostra sicurezza, via via che diventano più grandi è bene modificarle, rendendole sempre più flessibili, in modo che imparino a sapersi gestire con sempre maggiore autonomia. Ciò li renderà sempre più sicuri di sé e maturi. Ma sarà necessario parlare con loro, riuscire a comprendere quali sono le loro compagnie, cosa pensano, quali sono i valori che vanno affermandosi in loro, per poter essere di guida.
  7. Se ci rendiamo conto di esserci comportati in modo sbagliato, non dobbiamo temere di riconoscerlo e chiedere loro scusa, magari con una frase del tipo: “Mi dispiace per ciò che è accaduto, ma io, quando ti ho detto (o fatto), sentivo…”. Riportare il dialogo sul “messaggio-io” crea il giusto clima di comprensione e fa riflettere sulle emozioni provate. Non dobbiamo temere di parlare con i nostri figli delle emozioni che proviamo (paura, rabbia, vergogna, ecc.). Se lo facciamo aiutiamo anche loro a riconoscerle, riflettere su di esse e parlarne.
  8. Parliamo con loro di ciò che riguarda la famiglia e le decisioni che si prendono nella gestione della stessa. Renderli partecipi degli avvenimenti, delle scelte che si fanno (per esempio nel programmare una vacanza, nel fare un acquisto importante) e di tutto ciò che può coinvolgerli più o meno direttamente, domandando anche il loro parere in merito, li renderà più consapevoli e attenti alle esigenze degli altri, e farà maturare in loro il senso di responsabilità. Naturalmente, il tutto va calibrato in base alla loro età, facendo attenzione anche all’indole che manifestano.
  9. Essere coerenti tra ciò che diciamo e ciò che facciamo. Questo è un aspetto fondamentale nell’educazione dei nostri figli, è un modo per essere esempi di correttezza e rispetto.
    Ricordiamoci, con le parole del grande poeta Gibran, che i figli non ci appartengono, ma che sono venuti attraverso di noi per vivere la loro, non la nostra vita.

In conclusione, possiamo dire che anche noi cresciamo insieme ai nostri figli!

Bruna Caroli
Professoressa in Economia, Psicologa, Mediatrice e Armonizzatrice familiare, Educatrice ai Valori Umani

1 Maria Montessori
2 Rita Bruce, Sathya Sai e l’Educazione dei Figli, Mother Sai Publications, gennaio 2004, pag. 217
3 Khalil Gibran, Il Profeta, Universale Economica/Oriente Feltrinelli, 2013

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